Leggo su "D" di Repubblica del 28 luglio scorso l'articolo "Non fate figli, please" di Maria Grazia Meda, intervista a Corinne Maier (http://dweb.repubblica.it/dweb/2007/07/28/attualita/attualita/045fig55945.html), scrittice-provocatrice quasi di mestiere, a proposito del suo ultimo libro, sulla decisione di avere o non avere figli. La Maier confessa l'inconfessabile: il fatto di essersi pentita, qualche volta, di aver avuto dei figli. Perchè avere dei figli significa "pianificare tutta la propria vita in funzione dei loro bisogni" (almeno, se si è dei buoni genitori, aggiungo io...). Io, che ho scelto di avere dei figli, so di cosa parla, tanto che mi sono fermata a uno, per quanto mi dispiaccia non avergli dato la possibilità di crescere insieme ad un fratello o a una sorella, e devo ammettere che non racconto ai quattro venti il rimpianto che qualche volta mi afferra al pensiero di come sarebbe stata la mia vita senza diventare la madre di qualcuno. Certo, con i se e con i ma non si va da nessuna parte, e sarei pronta ad uccidere con le mie mani chiunque tentasse mai di fare del male al mio bambino, che amo come non avrei mai immaginato di poter amare...tuttavia concordo con le parole della Maier, che invece hanno fatto dire a molte madri "Ma che stupidaggini dice, questa?!". Possibile che non si possa mai dire, pena la scomunica sociale, che a conti fatti non è affatto una verità assoluta che avere dei figli renda migliore la vita o la renda degna di essere vissuta? Sono contenta che un'altra donna, ben più visibile rispetto a me, abbia finalmente deciso di fare coming out. La censura è sempre pericolosa: che sia di stampa, di pensiero o di opinione.
Sono benvenuti i commenti: apriamo un dibattito! Invito esteso anche agli uomini, of course...a dispetto del nome, questo è un blog "pari opportunità"!
Ho letto un libro davvero buono, in questi giorni. Ma che dico buono? Ho letto un libro che vorrei aver scritto io. S'intitola "Io sono di legno" e l'autrice si chiama Giulia Carcasi, e ha ventitrè anni. Avete letto bene, proprio 23! Cavoli, mi son detta, io a ventitrè anni non sapevo nemmeno che ci fosse bisogno di tempo per cominciare a capire la vita. Pensavo di conoscerla, era quella, era la mia, invece no. Lei, Giulia, dieci anni meno di me, scrive come se ne avesse dieci di più e, soprattutto, dà l'idea di averla già capita fin troppo, la vita. Possibile? Mi son ri-detta. All'inizio, per farmi sgonfiare dentro il pasticcio di invidia che mi sembrava di aver ingurgitato, ho ipotizzato che potesse essere stata un'operazione commerciale. Una di quelle operazioni commerciali di cui tanto si parla a proposito di libri o film che colpiscono molto il pubblico, lo scandalizzano, o lo esaltano. Tipo mandare in giro la voce che "The Blair Witch Project" fosse tutto vero, tutto filmato dal vivo da quei poveracci come minimo impazziti alla fine. Per la qual cosa, la nostra bella Giulia magari ha, in realtà, almeno il doppio dei 23 anni che dichiara, e certo non corrisponde alla foto di giovane donna nella seconda di copertina. Ipotesi credibile, tra l'altro, perchè il libro, complessivamente davvero ottimo, ha una pecca: racconta la storia di due donne, madre e figlia, attraverso i loro due diari, ma la parte migliore è di gran lunga quella che si immagina essere stata scritta dalla madre, quasi cinquantenne. La parte della figlia è meno coerente, meno elegante in tutti i sensi, decisamente poco credibile se messa a confronto con quella della madre. E vai, mi son detta, ho capito tutto! Posso smettere di essere così invidiosa, tornare al mio magnanimo sorriso! Ma il tarlo mi rodeva, non mi dava pace. E se, e sottolineo se, la verità fosse che la bravissima Giulia, realmente ventitreenne e realmente toccata dal sacro dono del talento letterario, per cercare di calarsi meglio in un ruolo non suo, quello di una madre cinquantenne, avesse semplicemente tralasciato la parte della figlia, sua coetanea, per concentrarsi sull'altra? Se così fosse, dunque, significherebbe: 1. che dovrò convivere con l'invidia; 2. che la cara Giulia ha commesso un peccato di leggerezza, narrativamente parlando, e se lo può anche permettere, data la giovane età; 3. che i suoi prossimi libri saranno meravigliosi, perchè i peccati di leggerezza, e di gioventù, passano quando passa la gioventù. Il talento, invece, resta.
Brava, Giulia!
Dico la verità: a volte mi piacerebbe essere una di quelle donne che quando escono di casa hanno la sensazione di star entrando su un palcoscenico. Belle, e belle senza aver faticato per esserlo. Diceva una donna di classe che non esistono donne brutte, ma solo donne pigre, e sono sempre stata d'accordo. Oggi come oggi, con un po' di denaro, molta pazienza e infinita costanza, qualsiasi donna può rendersi appetibile. Sempre che lo voglia...Le mie amiche di Sorelle d'Italia (www.sorelled'italia.net) inorridirebbero a leggere le parole che seguiranno, ma io voglio dirle lo stesso: alle donne piace essere guardate, e ammirate, ovviamente. Retaggio culturale, debolezza di carattere, educazione sessista, sia quel che sia le donne, almeno molte donne, ci tengono a suscitare sguardi ammirati al loro passaggio. Bene, qualche volta mi piacerebbe ottenere questo risultato senza il minimo sforzo, uscendo per la strada in jeans e sandali bassi, riuscendo lo stesso a raccogliere occhi intrigati nella mia rete di bellezza senza tempo e senza trucco, veleggiando leggera sull'asfalto cittadino come fossi una splendida sirena che fluttua tra le onde...ma ovviamente non posso, visto che la natura è sì stata generosa con me, ma non così generosa...Le donne come me, e sono la maggior parte, ahimè, senza armarsi dei succitati denaro, pazienza e costanza non riuscirebbero a farsi guardare due volte nemmeno se distribuissero linguacce a tutti quelli che fermano per caso lo sguardo su di loro. Perchè, ammettiamolo, gli uomini non sono più quelli di una volta! Non si sprecano a lanciare occhiate cupide, e se proprio devono farlo le lanciano allo specchio che riflette la loro stessa immagine...sempre più curati, sempre più belli, sempre più attenti al corpo e alla moda, gli uomini ormai si guardano solo tra loro, per essere sicuri di non sfigurare. Certo, sentirsi assediate da occhi maschili ad ogni passo fuori di casa è sicuramente un po' stressante, alla lunga, ma la verità è che dai tempi del fischio modulato all'indirizzo del didietro della bella donna che camminava sul marciapiedi le cose sono parecchio cambiate. Vuoi farti guardare? Devi essere bellissima, bella da togliere il respiro, oppure devi fare un'accurata manutenzione del tuo corpo, dei capelli, delle unghie, saperti servire dell'arte del maquillage, indossare abiti che valorizzino la tua figura, ondeggiare su tacchi da tortura, insomma, passare la maggior parte del tuo tempo a pensare a te stessa. Sennò...nisba! Nessun occhio maschile ti gratificherà di un secondo passaggio su di te, dopo il primo casuale, e tu comincerai ad avere la sensazione di essere invisibile. Allora mi chiedo: una bella donna, bella senza possibilità di equivoco, senza spazio da lasciare all'interpretazione, si rende conto di quanto denaro, pazienza e costanza risparmia nella sua vita?
Tornate a guardarci, uomini! Anche se non siamo bellissime, anche se portiamo i jeans, anche se siamo spaventevolmente normali. Perchè noi non abbiamo mai smesso di guardare voi, credetemi...anche quando non eravate tutti così patinati!
Vita da impiegata part time, casalinga part time, moglie part time e madre a tempo pieno, perché non si smette mai di occuparsi e preoccuparsi dei figli, anche se non li hai davanti per tre quarti della giornata. Oggi, però, voglio occuparmi e preoccuparmi solo di me stessa, ho addirittura preso un giorno di ferie, perché nel mio quartiere c’è il mercatino del venerdì, e io devo assolutamente provvedere ad uno svecchiamento del parco abiti estivi, ché l’ho visto Sandro l’altra sera, come guardava quella sciacquetta coi capelli gialli e le gambe generosamente esibite sotto a una microgonna fantasia…Eh no, mi son detta, mica voglio farmela fare sotto il naso da mio marito nonché padre dei miei figli nonché unico amante (amante, va be’…) dei miei ultimi vent’anni! In effetti, non so quanto tempo è che non mi capita più di essere guardata nel modo in cui lui guardava la sciacquetta, e sicuramente non da lui. A dirla tutta, da nessuno, ecco. D’accordo, ho avuto un po’ troppo da fare per preoccuparmi del look, devo ammetterlo, non solo dei vestiti risalenti a più di dieci anni fa che magari tra un anno o due torneranno di moda, non si sa mai, ma anche di quel che porta a spasso i vestiti, un po’ invecchiato e incicciottato e trascurato…Ma i miei figli sono bellissimi, sani e in forma, intellettualmente stimolati e incoraggiati e seguiti, la piccola lancia sorrisi dalla mattina alla sera come la mitragliatrice di una contraerea sotto attacco, il grande è serio e solenne e attento alla sorellina e ai congiuntivi. L’orgoglio di mammà, veramente. Se non fosse stato per quelle occhiate di Sandro, che nemmeno si preoccupava troppo di dissimulare, sarei una donna soddisfatta. Un bel bilancio, non c’è che dire: un lavoro che va, una bella casa pulita, due figli stupendi, un marito che ancora saluta quando rientra dal lavoro…peccato che nel resto del tempo si accorga di me solo se non trova la cena o una camicia stirata. Va beh, non voglio farla troppo tragica, so che mi vuole bene, che non ha un’altra, che pensa solo al lavoro e alla famiglia, però qualche volta vorrei essere io a suscitargli quello sguardo, quegli occhi un po’ lumacosi…
Bene, la casa è in ordine, i figli a scuola, prendo la mia borsetta e mentre me la metto a tracolla penso che è ora di cambiare anche questa, sempre con queste bisacce tipo gonnellino di Eta Beta, dove trovi qualsiasi cosa, dagli analgesici al bicchiere a fisarmonica per non bere dalla fontanella. Certo quelle belle borsettine piccole e leggiadre non sono molto adatte a una madre di famiglia che deve prevedere qualunque necessità dei suoi pargoli, ma vorrà dire che la porterò solo per uscire con Sandro, magari una sera riusciamo a lasciare i bambini a mia madre.
Ecco il mercatino, adoro i mercatini, puoi spendere poco e comprare tanto, e i banchi sono stracolmi di vestiti colorati, sandali con le paillettes, guarda quel completino rosa starebbe tanto bene alla piccola…no, oggi sono qui per me, accidenti, anche se non mi posso permettere le boutique un abituccio nuovo lo troverò, un bel paio di pantaloni, una casacca morbida che fa tanto etnico. Giro per i banchi, e in mezzo alle minigonne così mini che non si possono più chiamare gonne vedo anche pantaloni colorati, jeans con applicazioni sulle tasche, magliettine genere “Capri anni ‘60”…un’abbondanza di merce che dà quasi alla testa, bisogna che mi calmi e smetta di considerare comprabili tutte le cose che vedo. Con quella gonna, per esempio, che sembra così chic, sembrerei un salsicciotto che finge di essere una luganega, eh sì che coi paragoni gastronomici ci so fare.
Ecco, trovati, li strappo con violenza trattenuta alle mani di un’altra cliente famelica e li stendo bene sul banco, per guardarli meglio: proprio i pantaloni che cercavo, beige con disegni delicati color arancio, un po’ larghi in fondo…aspetta un attimo, qui manca un pezzo. Questi mi arriverebbero al massimo a metà dei fianchi e certo non coprirebbero nemmeno uno scampolo di pancetta. Chiedo lumi al proprietario del banco e quello mi guarda come se fossi matta: “so’ a vita bassa, signò…l’urtima moda”. L’ultima moda? E non avrebbe qualcosa alla penultima moda, o alla terzultima, qualcosa con un po’ più di stoffa, magari “a vita alta”? Questa frase gli fa strabuzzare gli occhi, e vagamente schifato risponde: “Vita alta? Ma quelli so’ da vecchia…lei è ‘na ragazzina!” e sorride lubrico, forse sperando che la lusinga porti la vendita a buon fine. Offesa, e pure un po’ umiliata, cerco di immaginare me stessa con indosso questi pantaloni, mi giro mentalmente nello specchio, dopotutto non sono così male, forse con qualche giorno di dieta e un po’ di chitosano…poi la faccia di mio marito che mi guarda così combinata mi appare in tutta la sua immediatezza, come solo le facce dei mariti riescono a fare, e capisco che, lungi dal suscitargli occhiate lumacose, susciterei solo un bel ghigno di scherno.
Mollo sul banco i pantaloni, con un’ultima occhiata malinconica, come un uomo affascinato da una ragazzina se ne allontana per decenza e con un po’ di vergogna, ed è proprio così che mi sento.
Decido di non farmi scoraggiare, dopotutto il mercato è enorme, troverò di sicuro qualcosa che mi piaccia e non mi faccia sembrare ridicola. Ecco, un banco pieno di magliette colorate e fresche canotte estive, mi metto a rovistare nel mucchio, alla ricerca di una fantasia che mi ispiri, la trovo: celeste con piccoli disegni di pesciolini a rilievo, controllo la taglia, ed è proprio la mia, me la poggio addosso per vedere l’effetto e…manca un pezzo pure a questa. Arriva appena sotto il seno, e la pancia, ancora una volta, resta fuori. Guardo nel mucchio, rovisto come una forsennata, trovo una taglia più grande ma niente, sempre corta è. Fisso sconsolata la proprietaria del banco, è una donna, magari lei avrà un po’ di solidarietà… “non avreste maglie un po’ più lunghe?”, chiedo, con la voce che mi trema. “Lunghe?”- fa eco quella – “ no, e chi se le compra lunghe…ormai se nun scopri l’ombelico sei fori, le ragazzette vogliono solo magliette corte”. “ E le donne più grandi?”, insisto, di certo ci saranno altre donne come me, che non ci pensano nemmeno a mettere in mostra l’ombelico e soprattutto la pancia non proprio piatta… “No, pure loro le vogliono corte, per fa’ finta da esse regazzine!”
Okay, tutto chiaro. Capisco con improvvisa intuizione che posso anche scarpinare per ore girando in lungo e in largo tutto il mercato, ma non troverei lo stesso qualcosa che faccia al caso mio. Non ho alternative, devo rivolgermi ai negozi, ma temo che avrò la stessa sgradevole sorpresa. Magari andrà a finire che dovrò farmi fare un vestito su misura, dalla sarta, come faceva mia nonna. La realtà è che io ho quasi quarant’anni, e non ce la faccio proprio a “fa’ finta da esse regazzina”. Ombelico scoperto, pancia al vento…se non te lo puoi permettere è meglio che lasci perdere, ti chiudi in casa con la vestaglietta di cotone e i mutandoni giro collo, e la smetti di sognare che tuo marito ti guardi come una donna seducente, inguainata in un vestito stile Rita Hayworth che non ti comprerai mai. D’altra parte, non è poi che lui sia così sexy…vorrei proprio vederlo, coi pantaloni a vita bassa e la magliettina scopripancia. Per carità! Agli uomini la moda non impone di diventare ridicoli, noi donne invece continuiamo a farci comandare a bacchetta, mettendo in mostra rotoli di ciccia che sarebbe decoroso nascondere, per rispetto degli altri e principalmente di noi stesse, delle nostre debolezze e della nostra personalità. Quella che ci fa mangiare qualche dolcetto di troppo, ma che fa di noi anche le madri tenere e sempre disponibili e le moglie allegre che i nostri figli e i nostri mariti amano. Anche se guardano le altre con occhio lumacoso…Vorrà dire che questa sera, quando i bambini saranno a letto, invece di indossare un vestito audace mi toglierò quello che avrò, abbasserò le lampade e offrirò alla mia metà quell’abbondanza di carne morbida che gli piace così tanto toccare…con buona pace delle lumache.
Nella mia cittadina hanno di recente costruito un ponte, tutto di legno, molto bello, quasi avveniristico, direi, per collegare due tratti di lungomare interrotti da un fiumiciattolo. Ebbene, proprio al centro del ponte c'è un lampione, e addosso al lampione che cosa è spuntato da un giorno all'altro? Una selva di lucchetti!! Ma è possibile? Al di là dell'ovvia citazione dal libro di Moccia, che non commento, quello che mi colpisce è la diffusione, perlomeno nazionale, di un rito inventato di sana pianta da uno scrittore e diventato ormai mito per una quantità enorme di persone, adolescenti ma non solo. Mi chiedo: ci credono davvero, che scrivendo i loro nomi su un lucchetto, appiccicandolo a un lampione e gettandone la chiave nel fiume preserveranno il loro amore dalla fine? Ma la gente che idea ha dell'amore? Mi si può obiettare che certi riti, come poteva essere per noi delle generazioni precedenti l'intagliare un cuore con le nostre iniziali sul tronco di un albero, sono sempre esistiti e sempre esisteranno, ma io non posso fare a meno di pensare che proprio quest'aura di magia e di mistero che circonda l'inizio di un amore e la sua fine sia, alla fine, la vera responsabile dei tanti fallimenti cui vanno soggette le unioni ai nostri tempi. Quando chiedo a qualcuno: "perchè ti sei innamorato/a di lei/lui?", tutti mi guardano esterrefatti, e rispondono: "che ne so! L'amore è cieco!". Così, quando la relazione finisce, potranno dire a loro stessi "beh, le storie iniziano e finiscono, non è colpa mia". E già, ma non è mica vero. Le persone si uniscono per ragioni molto precise, tutt'altro che misteriose, se solo ci si prende la briga di capire quali sono. Sono ragioni che affondano le loro radici nel passato di ognuno, nei suoi bisogni insoddisfatti, nel modo in cui la personalità si è modellata, a seconda delle esperienze vissute, e solo in parte del carattere. Non sono difficili da rintracciare, se si desidera farlo. Quando una storia va a gonfie vele, e si mantiene soddisfacente per anni, forse la necessità di comprenderne il perchè non è davvero importante, ma quando finisce sì. Non ci si deve chiedere perchè è finita, ma perchè è iniziata, e da lì si potranno ritrovare le attese disattese, i bisogni mai riempiti, le illusioni che ciascuno di noi si costruisce sull'altro fino a quando la vita non provvede a disilluderci, facendoci sentire crudelmente ingannati...Un discorso lungo e complesso, un post è davvero troppo poco per chiarirlo appieno. Ma...tornando ai lucchetti: continuiamo pure a riempiere i nostri lampioni, che fa pure folklore, ma non crediamoci troppo. Impegnamoci un po' di più a capire noi stessi e l'altro prima che sia troppo tardi, e sfatiamo il mito dell'amore cieco. L'amore ci vede benissimo. E noi?
"Il vero amore è una quiete accesa". Questa frase l'avevo scritta su uno dei miei tanti diari almeno vent'anni fa...ma la capisco davvero solo oggi. Incastro questo post in mezzo ad una giornata delirante di impegni, perchè la frase mi gira nella testa da ieri, e non voglio lasciarla passare. Se ne dicono di cose sull'amore, praticamente ciascuno di noi fa la tara della sua vita proprio grazie alla bilancia della sua felicità, o infelicità, amorosa...eppure quando chiedi a qualcuno di definire l'amore sembra sempre che tu abbia fatto una domanda difficilissima. Io trovo che questa sia una risposta eccezionale. E' di un poeta, ovviamente, perchè i poeti sono filosofi e psicologi e quasi stregoni, a volte. La "quiete accesa" è passione che cova sotto la cenere...non farà scintille, ma c'è, e potrebbe. Su quel potrebbe a volte ci si giocano anni, anni passati accanto alla stessa persona, una specie di scommessa. Forse il segreto per restare vicini ancora e ancora è non sapere mai se la vinceremo, quella scommessa.
Stamattina camminavo da casa mia alla biblioteca, guardando dritto davanti a me. Vivo in una cittadina di mare, il fine settimana, in estate, non ti puoi permettere di camminare senza fare caso a dove vai, c'è un tale traffico che rischi di venire investito a ogni angolo...Uscita dalla penombra della biblioteca, e dalla sua aria climatizzata, il calore del sole e il colore del cielo mi hanno quasi immobilizzato davanti alla porta. Ho guardato in su, e ho capito ancora meglio le parole di Cardarelli e della sua poesia, "Estiva": la certezza di sole che dal tuo cielo trabocca...". Sono rimasta ferma, a guardare quel cielo, e mi sono rammaricata di non poter godere di quell'immenso azzurro intatto stando altrove, magari su un'isola, una spiaggia deserta, un posto insomma in cui restare in silenzio a farsi rapire dalla bellezza di quel cielo, dove essere sicuri di non mandare sprecata nemmeno una goccia di quella perfezione, di quella meraviglia, talmente piena che ti viene da dire: "è troppo". Una sindrome di Stendhal provocata dalla natura, invece che dall'arte, per intenderci. Poi ho riflettuto, e ho capito che sarebbe stato inutile, in quel momento, trovarmi su un'isola, o su una spiaggia deserta, o sul picco di una montagna: in qualunque luogo mi fossi trovata in quell'istante, non sarei comunque riuscita a godere davvero appieno di quello splendore...sarebbe sempre stato troppo. Perchè una differenza deve esserci, tra chi ha creato e chi è stato creato, che si sia religiosi o meno, e la differenza è proprio questa: noi umani possiamo appena, se siamo attenti e fortunati, cogliere uno scintillìo di quel riflesso di perfezione che un cielo estivo come quello ci stende davanti agli occhi. L'unica cosa che possiamo fare è ammirare in silenzio, vivendo la consapevolezza che non siamo fatti per l'assoluto.
Vi direte: ma che significa? Che vuole dire? Niente più di quel che ho detto. Ho vissuto un'esperienza che non dimenticherò, a un passo da casa, in un sabato come un altro, di un'estate uguale a decine che l'hanno preceduta, e a decine che la seguiranno. Ho voluto lasciarne un segno, solo per me. Se poi le mie riflessioni vi suggeriscono qualcosa...fate pure.
Dopo anni di sensi di colpa quando accendevo l'aria condizionata in macchina, quando usavo la lacca per i capelli (!), quando pensavo a quanto freon terribilmente dannoso per l'ambiente consumasse il mio frigorifero...stasera, finalmente, ho visto la luce! Il buon Mentana e il suo Matrix hanno portato la buona novella: il riscaldamento globale della terra ad opera dell'uomo sembra sia una gigantesca BUFALA! Scienziati di fama, metereologi del MIT (mica gente qualsiasi...) sono pronti a giurare che il comportamento dell'uomo nulla ha a che fare con le follie a cui il tempo metereologico ci ha abituati negli ultimi anni. Sarebbero, semplicemente, variazioni climatiche normali, nell'ottica dei secoli, e non certo dei pochi anni che dura una vita umana... Addirittura sembra che negli anni 70 gli inglesi si fossero fissati che il mondo stava andando verso una nuova glaciazione, per poi essere smentiti dai fatti degli anni successivi. A parere dei succitati di chiara fama scienziati, dunque, il famigerato "effetto serra" non esisterebbe, ma sarebbe stato inventato, ventilato, dichiarato e poi servito sulle tavole di tutti i popoli ricchi della terra (i poveri mica hanno la televisione...) per questioni di interesse politico ed economico (e te pareva!). Per chiunque sia interessato all'esattezza dei particolari del servizio di Channel 4 riproposto da Mentana, penso che sul sito di mediaset e sui gionali di domani troverà soddisfazione, quanto a me...come Carrie di Sex and the City non posso fare a meno di chiedermi: chi diamine dice la verita? E lo sapremo mai, davvero, qual è la verità? Potrò pensare, in punto di morte, ai miei bisnipoti vivi e felici su una terra ancora integra ed ospitale, o dovrò immaginarli trascinati via da un tifone, o sommersi sotto l'ennesima onda anomala? A questo punto non posso che usare la chiosa più usata (e abusata) della storia del giornalismo: ai posteri l'ardua sentenza!
Vabbè, lo ammetto: a me la televisione piace. Quasi sempre, almeno. Stasera ho visto uno dei miei programmi preferiti, su la 7. Si chiama "Cambio moglie". Non serve raccontarne la formula a chi di voi la conosce, chi non la conosce forse non ama la televisione, e quindi è inutile che mi affatichi a spiegarla...(Per non dire che è tardi, sono stanca e non mi va di essere didascalica, ho solo voglia di dire quello che mi frulla per la testa...). Insomma, nel cambio moglie di stasera una donna va a vivere per una settimana a casa di un uomo gay, che a sua volta va a vivere a casa sua, con il marito di lei e i figli. A casa di lui, ovviamente, c'è il suo compagno, e tutti ci si aspetta che la reazione di entrambi, il compagno di lui e la famiglia di lei, sia quantomeno imbarazzata. Invece no: complice la famiglia di lei, del sud, ma aperta e affettuosa, la convivenza si rivela sin dall'inizio piacevolissima e densa di insegnamenti per tutti. Questo perchè i due ragazzi, come quasi tutti i gay, sono speciali: essendo dello stesso sesso non hanno preconcetti quanto ai ruoli da ricoprire, entrambi fanno tutto, o quel che c'è da fare; e poi sono, per forza di cose, persone particolari, più sensibili della media, più riflessivi, più abituati a mediare tra le proprie esigenze e l'opinione comune. Ho sempre pensato che gli omosessuali siano persone che vale davvero la pena di conoscere, sempre, anche solo per il coraggio che dimostrano a vivere secondo le loro inclinazioni in una società, come quella italiana, ancora retriva e bigotta, checchè se ne dica...e stasera lo penso ancora di più, e con un nuovo significato: gli omosessuali, uomini o donne che siano, danno, a noi eterosessuali, una grande lezione, di umanità, intelligenza, e amore. Noi eterosessuali che possiamo sbandierare il nostro "amore" ai quattro venti, sicuri e protetti dal muro che il cattolicesimo ci ha eretto a difesa, spesso siamo, nel chiuso delle quattro mura domestiche, retrivi e conservatori, vendicativi e sciocchi, in nome di quei ruoli che non riusciamo ad abbandonare: io sono la donna, tu uomo mi devi capire anche se non parlo, devi accettare le mie isterie e dirmi sempre che sono bella e che mi ami, io sono l'uomo, tu donna mi devi servire, rispettare e ammirare, e non mi devi rompere, anche se in casa non faccio un cavolo e se esco tutte le sere con gli amici. Stereotipi, luoghi comuni, più diffusi di quanto si riesca ad ammettere, piccole miserie quotidiane in cui tutti, uomini e donne, siamo prigionieri. Le coppie gay, invece, forse per forza di cose, non lo nego, discutono, mettono in dubbio, e infine scelgono il loro ruolo, a seconda del loro carattere, delle loro inclinazioni...Sarebbe bello che una donna potesse decidere di dedicarsi alla carriera, e non ai figli, per esempio, senza sentirsi una perversa folle e degenere, e avendo accanto un uomo che si dedica ai figli, e non alla carriera, senza sentirsi un fallito. Questo sì, sarebbe imbarazzante, per la società italiana di oggi. Altro che gay! Sono loro quelli davvero liberi. Noi eterosessuali siamo ancora schiavi di un vecchio copione, e nemmeno ce ne accorgiamo.
Puntuale come le zanzare, l'afa, la coda al casello e le orride infradito piene di strass, ecco arrivare il tormentone dell'estate: la dieta. Riviste, programmi televisivi, dvd in edicola, tutti a parlare di diete, consigliare diete, prescrivere diete e minacciare diete, pena la pessima figura alla famosa "prova bikini" (che agli uomini, poi, sta veramente da schifo...come se loro non se lo dovessero porre, il problema del sovrappeso... ma questa è un'altra storia). Io ne ho una da proporre, che funziona davvero alla grande, lo so perchè l'ho provata e ho perso nove chili, e vado per il decimo...Dunque, si chiama "stacci col cervello e datti una mossa" ed è veramente l'ultimo grido in fatto di metodi di dimagrimento.
Vediamola nei dettagli. Per quanto riguarda lo stacci col cervello consiglio di fare una breve seduta di ragionamento prima di mettersi in bocca qualsiasi tipo di cibo, del tipo "sono le tredici e ho fame: un fritto misto ci sta bene?" Chiaro che no, discorso chiuso. Insalata o yogurt o poca pasta condita poco, ovvio...Insomma: basta conoscere il valore calorico degli alimenti! Se mangio un certo tot di calorie devo passare sempre alla fase due: mi muovo a sufficienza per smaltirle? Se sono il tipo che usa la macchina pure per andare a comprare il giornale è scontato che debba limitarmi nelle calorie assunte. Mi sembra talmente ovvio! Invece no, stiamo lì a sperimentare diete, ingurgitiamo pillole che promettono di assorbire i grassi al posto del nostro didietro, spendiamo una fortuna in massaggi...Per dimagrire, e restare magri, c'è una sola regola: mangiare poco! E il corollario, il datti una mossa: camminare un po', usare la bicicletta, nuotare...Muoversi, e basta. Non è così difficile, basta servirsi di quello strumento fantastico di cui la natura ha dotato quasi tutti noi: il cervello. E il gioco è fatto! 