Questo post dovete assolutamente leggerlo, donne e uomini che non ragionate col basso ventre:
Post del 29 settembre.
La brava Fulvia Leopardi ci rende noto qualcosa che a molte, me compresa, è sfuggito. L'allarme dei medici maschi contro il numero sempre crescente di medici donne. In effetti, mi sembra davvero una minaccia, pari quasi all'effetto serra. La mobilitazione è d'obbligo: aspettiamoci presto uno sciopero dei camici blu contro il predominio dei camici rosa.
Tremate, tremate, le streghe son tornate!!
Sull'autobus a Roma, qualche giorno fa: mezzo affollatissimo, tutti appiccicati come sardine, un tipo sui venticinque anni, con estrema cortesia, risponde alla richiesta d'informazioni di una donna, straniera. Pochi minuti dopo lo stesso tizio apostrofa il ragazzo di colore in piedi accanto a me:
- Ma che me stai a toccà?
- No, mi scusi - risponde l'altro, educatissimo - è che non c'è spazio.
- Lèvate. Nun me toccà!
- Ho detto scusi - insiste il ragazzo - Non volevo toccarla. Non l'ho fatto apposta.
Il tono è fermo, per niente servile, e il ragazzo di colore dà del lei al tizio, in perfetto italiano, mentre il tizio, che lo sta accusando ingiustamente, gli dà del tu, quasi lo provoca, in dialetto e con tono di disprezzo, come se fosse sicurissimo che nessuno interverrà a difenderlo. Infatti nessuno è intervenuto, nemmeno io. Io ho avuto paura e, anche se la cosa non mi giustifica, sono donna, fisicamente inferiore al venticinquenne razzista e aggressivo. Ma gli altri? Uomini, alti, pesanti, forti. Tutti che fingevano di leggere il giornale, almeno l'angolo che riuscivano a scorgere, visto che di aprirlo nemmeno a parlarne in quello spazio ristretto e saturo di persone. Tutti a guardare altrove, come se non stesse accadendo niente di strano.
Alla fine tutto si è risolto in nulla, ma la sensazione di vergogna che ho provato ancora mi resta dentro. Le nostre città sono piene di immigrati, di colore e non, moltissimi integrati, in regola, con un lavoro, una famiglia, dei bambini che siedono negli stessi banchi dei nostri bambini, a scuola. Eppure ancora oggi ci sono persone ignoranti e cattive che si sentono in diritto di offendere un ragazzo di colore, educato e tranquillo, sicure che nessuno leverà un dito per difenderlo. E nessuno lo leva.
Italiani. Brava gente?
Ieri volevo fare una passeggiata naturalistica in un bosco molto bello, dalle mie parti, insieme alla mia famigliola. Siamo arrivati per tempo, abbiamo percorso il sentierino che porta alla radura all'inizio del bosco e...sorpresa! Siamo stati fermati da due tipi in tuta mimetica: oddìo, che sarà successo? Le grandi manovre? Un sequestro? Stiamo per entrare in guerra? Niente di tutto questo. Era un gioco. Chiamasi "sotf air", ed è la simulazione di un'azione di guerra, fatta da gente adulta, travestita da soldato, con armi che sembrano identiche a quelle vere ma sono finte. I giocatori (mi verrebbe da dire: i ragazzini...) si dividono in due squadre, e vince la squadra che ammazza più nemici. E sapete come si fa a sapere se uno ha colpito l'altro, visto che le armi sono (relativamente) innocue: quello che è stato colpito esclama "morto!". Stavo per morire io, dal ridere. Ma siamo impazziti, davvero? Vabbè che l'aggressività è insita nell'animo dell'uomo, ma gli esseri umani un cervello ce l'hanno apposta, perchè li aiuti a "sublimare" quel fondo atavico di aggressività che si portano dietro, conducendoli a creare opere dello spirito, a sfruttarne l'aspetto competitivo per farsi strada nella vita. Mi si potrebbe obiettare che anche lo sport è un modo per scaricare quella stessa aggressività, e che la competizione si appoggia proprio al desiderio dell'essere umano di primeggiare sugli altri, ma questo argomento non mi convince dell'opportunità che uomini (e donne!) adulti si mettano a giocare alla guerra. Ma come? Le guerre sono immani catastrofi, decise dall'alto per motivi economici, e quelli che le decidono non sono mai gli stessi che poi le fanno, e noi, esseri umani civilizzati all'alba del terzo millennio ci mettiamo a fare la guerra per finta? Certo, da bambini il fascino della pistola del cowboy è comprensibile, è spiegabilissima l'attrazione che i nostri figli provano per la maschera di zorro e la sua spada, ma ciò avviene all'interno del contesto-infanzia, epoca in cui la distinzione tra immaginazione e realtà non è ancora chiara. Quando il bambino corre sul suo cavallo immaginario quel cavallo c'è, anche se noi grandi non lo vediamo. E non lo vediamo perchè si presuppone che l'adulto abbia ormai chiara la differenza tra fantasia e realtà, ovviamente. Certo è positivo che la dimensione del gioco continui ad accompagnarci anche da grandi, ma che ci accompagni quel gioco, quello che conduce alla morte dell'altro, questo proprio non ci riesco a considerarlo positivo. A meno che dipingersi di nero la faccia, indossare la mimetica e sparare pallini di plastica contro qualcun'altro che grida "morto!" non serva ad impedirci di uccidere la moglie, il suocero, il vicino rompiscatole o il capufficio. Comunque preoccupante, direi: dovrebbe essere la coscienza ad impedircelo, non il fatto di esserci sfogati prima.
Un'altra delle molte robacce che abbiamo mutuato dagli americani negli ultimi anni. Buon segno, eh?
Ho letto da qualche parte che sta per uscire il nuovo seguito di "Via col vento". Il libro, non il film. Dopo il tentativo poco riuscito di Alexandra Ripley di parecchi anni fa, intitolato "Rossella", sembra che un altro ci abbia da poco riprovato. Ora, premettendo che adoro quel libro e adoro il film che ne è stato tratto, voglio approfittarne per riflettere un po' sulle due eroine femminili della storia. Chiaramente, se non avete letto il libro e non avete nemmeno visto il film, per prima cosa cercate di rimediare al più presto (il libro, oltretutto, vi illuminerà meravigliosamente sulla guerra di secessione e tutto quel che ne è seguito, Ku-klux-clan e derivati), e dopo, solo dopo, tornate a leggere questo post!
Le protagoniste, dicevamo: la dolce Melania, saggia, onesta, conservatrice, tenera mamma e moglie remissiva, capace però di alzate di testa grondanti orgoglio e prese di posizione di vero coraggio; e l’impetuosa Rossella, bugiarda, ipocrita, opportunista ma affascinante, forte, in grado di misurarsi con gli uomini e, spesso, vincere. Rossella è il ritratto della donna in carriera ante litteram: gran lavoratrice, con pochi scrupoli, disposta a tutto pur di arrivare in alto, che diventa madre per caso, senza volerlo e senza alcun istinto materno, e fino alla fine, incapace di vera introspezione, continua caparbiamente a perseguire i suoi fini, mettendo da parte i pochi rimorsi con la famosa frase “non posso pensarci ora. Ci penserò domani”. Melania, al contrario, può lavorare i campi fino a spezzarsi la fragile schiena, ma solo per reale necessità: quando la guerra finisce e si torna alla relativa normalità, lei sceglie di restare a fare la moglie e la madre, madre quasi per vocazione, tanto che vorrebbe una nidiata di bambini. E’ riflessiva, dolce, e mette al primo posto la famiglia, anche se ciò implica il proprio sacrificio.
Oggi, che questa netta distinzione tra donne in carriera e madri per vocazione non esiste più (almeno spero…) ciascuna donna è chiamata ad essere insieme Rossella e Melania: bella, affascinante, maliarda, un po’ puttana ma solo col proprio uomo, donna in carriera coi riccioli a posto fino a sera tardi, e insieme madre amorevole, brava casalinga, ottima cuoca, moglie devota al servizio della famiglia, figlia che accudisce i genitori anziani, amica del cuore sempre disposta ad ascoltare le lamentazioni delle amiche ancora single-poverette, e chi più ne ha…
Allora, come Carrie Bradshow, non posso fare a meno di chiedermi: ma non stavamo meglio prima? Donne a una sola dimensione, certo, sicuramente meno “realizzate” di oggi (ma che significa poi “realizzate”? “Diventate reali”? Perché, prima che eravamo: un ologramma?) ma di sicuro più riposate! Avevamo meno dubbi, e una volta fatta la fatidica scelta tra Rossella e Melania non avevamo più alcun problema, la strada era tracciata. Non so voi, ma io invece mi addormento sempre sperando di diventare come Melania, e mi sveglio ogni mattina sentendomi Rossella…Uno stress!
Per fortuna, però, domani è un altro giorno!