Sull'autobus a Roma, qualche giorno fa: mezzo affollatissimo, tutti appiccicati come sardine, un tipo sui venticinque anni, con estrema cortesia, risponde alla richiesta d'informazioni di una donna, straniera. Pochi minuti dopo lo stesso tizio apostrofa il ragazzo di colore in piedi accanto a me:
- Ma che me stai a toccà?
- No, mi scusi - risponde l'altro, educatissimo - è che non c'è spazio.
- Lèvate. Nun me toccà!
- Ho detto scusi - insiste il ragazzo - Non volevo toccarla. Non l'ho fatto apposta.
Il tono è fermo, per niente servile, e il ragazzo di colore dà del lei al tizio, in perfetto italiano, mentre il tizio, che lo sta accusando ingiustamente, gli dà del tu, quasi lo provoca, in dialetto e con tono di disprezzo, come se fosse sicurissimo che nessuno interverrà a difenderlo. Infatti nessuno è intervenuto, nemmeno io. Io ho avuto paura e, anche se la cosa non mi giustifica, sono donna, fisicamente inferiore al venticinquenne razzista e aggressivo. Ma gli altri? Uomini, alti, pesanti, forti. Tutti che fingevano di leggere il giornale, almeno l'angolo che riuscivano a scorgere, visto che di aprirlo nemmeno a parlarne in quello spazio ristretto e saturo di persone. Tutti a guardare altrove, come se non stesse accadendo niente di strano.
Alla fine tutto si è risolto in nulla, ma la sensazione di vergogna che ho provato ancora mi resta dentro. Le nostre città sono piene di immigrati, di colore e non, moltissimi integrati, in regola, con un lavoro, una famiglia, dei bambini che siedono negli stessi banchi dei nostri bambini, a scuola. Eppure ancora oggi ci sono persone ignoranti e cattive che si sentono in diritto di offendere un ragazzo di colore, educato e tranquillo, sicure che nessuno leverà un dito per difenderlo. E nessuno lo leva.
Italiani. Brava gente?
Ieri volevo fare una passeggiata naturalistica in un bosco molto bello, dalle mie parti, insieme alla mia famigliola. Siamo arrivati per tempo, abbiamo percorso il sentierino che porta alla radura all'inizio del bosco e...sorpresa! Siamo stati fermati da due tipi in tuta mimetica: oddìo, che sarà successo? Le grandi manovre? Un sequestro? Stiamo per entrare in guerra? Niente di tutto questo. Era un gioco. Chiamasi "sotf air", ed è la simulazione di un'azione di guerra, fatta da gente adulta, travestita da soldato, con armi che sembrano identiche a quelle vere ma sono finte. I giocatori (mi verrebbe da dire: i ragazzini...) si dividono in due squadre, e vince la squadra che ammazza più nemici. E sapete come si fa a sapere se uno ha colpito l'altro, visto che le armi sono (relativamente) innocue: quello che è stato colpito esclama "morto!". Stavo per morire io, dal ridere. Ma siamo impazziti, davvero? Vabbè che l'aggressività è insita nell'animo dell'uomo, ma gli esseri umani un cervello ce l'hanno apposta, perchè li aiuti a "sublimare" quel fondo atavico di aggressività che si portano dietro, conducendoli a creare opere dello spirito, a sfruttarne l'aspetto competitivo per farsi strada nella vita. Mi si potrebbe obiettare che anche lo sport è un modo per scaricare quella stessa aggressività, e che la competizione si appoggia proprio al desiderio dell'essere umano di primeggiare sugli altri, ma questo argomento non mi convince dell'opportunità che uomini (e donne!) adulti si mettano a giocare alla guerra. Ma come? Le guerre sono immani catastrofi, decise dall'alto per motivi economici, e quelli che le decidono non sono mai gli stessi che poi le fanno, e noi, esseri umani civilizzati all'alba del terzo millennio ci mettiamo a fare la guerra per finta? Certo, da bambini il fascino della pistola del cowboy è comprensibile, è spiegabilissima l'attrazione che i nostri figli provano per la maschera di zorro e la sua spada, ma ciò avviene all'interno del contesto-infanzia, epoca in cui la distinzione tra immaginazione e realtà non è ancora chiara. Quando il bambino corre sul suo cavallo immaginario quel cavallo c'è, anche se noi grandi non lo vediamo. E non lo vediamo perchè si presuppone che l'adulto abbia ormai chiara la differenza tra fantasia e realtà, ovviamente. Certo è positivo che la dimensione del gioco continui ad accompagnarci anche da grandi, ma che ci accompagni quel gioco, quello che conduce alla morte dell'altro, questo proprio non ci riesco a considerarlo positivo. A meno che dipingersi di nero la faccia, indossare la mimetica e sparare pallini di plastica contro qualcun'altro che grida "morto!" non serva ad impedirci di uccidere la moglie, il suocero, il vicino rompiscatole o il capufficio. Comunque preoccupante, direi: dovrebbe essere la coscienza ad impedircelo, non il fatto di esserci sfogati prima.
Un'altra delle molte robacce che abbiamo mutuato dagli americani negli ultimi anni. Buon segno, eh?