Tatalla - giovedì, 21 giugno 2007 - 11:06

Ascoltavo alla radio, l’altro giorno, i risultati del rapporto ISTAT sulle statistiche nazionali del 2006. Si rilevava un aumento notevole del numero di denunce per violenza sessuale, rispetto al 2005. E mi sono detta: di sicuro sono aumentate le denunce (e meno male) e non gli episodi di violenza ai danni delle donne. Poi, però, ci ho ripensato. Non ci credo a questa versione falsamente tranquillizzante: le donne denunciano di più, hanno meno paura, è un sintomo che le violenze andranno sempre più diminuendo. Col cavolo! La verità è che le donne continuano ad essere il bersaglio privilegiato su cui gli uomini continuano a sfogare le loro frustrazioni e che la violenza sessuale, in Italia, quando viene scoperta e provata, soprattutto, riceve sanzioni ridicole, commisurate all’abuso, all’umiliazione, alla ferita psicologica e fisica che procura. Finché la pena stessa comminata a chi compie violenza sessuale non verrà inasprita, gli uomini continueranno a sentirsi protetti da questo Stato idiota che ancora spera nell’evoluzione culturale per sradicare dalla testa di quegli esseri meschini e abbietti che non hanno il diritto di approfittare della loro forza fisica per violare il corpo e l’intimità delle donne. E sapete poi da chi, più probabilmente, una donna oggi può subire una violenza sessuale, no? Dal marito, compagno, fidanzato, zio, padre…da chi le vive accanto, e teoricamente dovrebbe amarla, rispettarla, proteggerla. Le statistiche parlano chiaro, ma potrebbero anche urlare, e nessuno dedicherebbe loro più dell’alzata di un sopracciglio. Comincio a pensare che la mia amica Hagar, che scrive sul blog Sorelle d’Italia (www.sorelleditalia.net) abbia ragione: tutte le ragazze dovrebbero imparare, praticamente da curriculum scolastico, un’arte marziale, che insegni loro a difendersi. Da qualunque uomo, soprattutto da quelli che dicono di amarle, e poi spaccano loro la faccia con un pugno. Impariamo a difenderci, donne! Da tutti quegli uomini, che non meritano nemmeno di essere chiamati tali, che non riescono a sopportare l’onta del rifiuto da parte di una donna, o la sua superiorità intellettuale o, terribile a dirsi, il suo diritto all’autodeterminazione.